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Il documento sopra pubblicato e' del (nefasto) luglio del 2001.
Ultimamente mi e' capitato molte volte di ripensarci, alla luce di articoli, manifestazioni, documenti che sempre piu' negli ultimi mesi (effetto della crisi) parlano di un ripensamento delle regole di funzionamento economico nelle societa' piu' industrializzate (ultimo in ordine di tempo il post di Francesco Berardi su Bologna Citta' Libera).
E' curioso come negli ultimi 30 anni la lotta prima di tutto culturale verso una nuovo modo di intendere concetti come sviluppo, redistribuzione del reddito, tempo libero vs. salario abbia raggiunto il suo apice in due momenti tanto diversi tra loro: a fine anni novanta, in pieno "rampantismo" del nuovo paradigma economico del capitalismo transnazionale e mercantilista ("creazione di ricchezza per tutti, siori e siore, accorrete numerosi"), oggi, in pieno collasso dello stesso capitalismo transnazionale e mercantilista di allora.
In circa dieci anni le istanze legate al reddito di cittadinanza (e tutti i suoi sinonimi) erano pero' quasi sparite, travolte dall'acuirsi dello scontro global-no global (scusate il semplicismo estremo), dal risorgere di stati canaglia in grado di mettere in pericolo il benessere del resto del mondo, da sedicenti e assai poco seducenti brigatisti fuori tempo massimo che, tutti i tre fattori insieme, hanno spinto gli eretici del capitalsimo 2.0 a essere bollati come terroristi o amici dei terroristi.
Abbiamo pero' oggi una nuova consapevolezza delle storture del modello di sviluppo adottato dalle nazioni piu' potenti del mondo nell'ultimo quindicennio, una consapevolezza che non e' piu' solo di una minoranza di sognatori piu' o meno idealisti, ma che tocca dal vivo contemporaneamente centinaia id milioni di persone nel mondo.
La sfida di questi prossimi mesi non sara' tanto quella di far approvare radicali cambiamenti nel funzionamento della nostra societa', che richiedono anni di transizione, quanto quella ancor piu' importante di evitare che l'acuirsi delle tensioni sociali piu' o meno evidenti su scala mondiale si traduca un rinfocolarsi degli istinti di conservazione piu' animaleschi e nocivi: nazionalismi, xenofobia, corporativismo guidato dall'alto.
La parola d'ordine per questa nuova battaglia deve essere una e una sola, tanto lampante quanto spiazzante: signore e signori, non c'e' lavoro per tutti (e ce ne sara' sempre meno). Smettiamola quindi di legare la dignita', la possibilita' di esistenza, l'essere pienamente cittadini oltre che uomini e donne di tutti quanti al fatto di appartenere o meno alla ormai mitizzata "classe dei lavoratori".